Greci del Ponto, l’altro genocidio


Ένα κείμενο με τίτλο Greci del Ponto, l’altro genocidio (Έλληνες του Πόντου, μια άλλη γενοκτονία) δημοσίευσε στο http://www.avvenire.it/ η ελληνο-ιταλίδα δημοσιογράφος Maria Tatsos. Παράλληλα ετοιμάζει για έναν ιταλικό εκδοτικό οίκο την ιστορία του Πόντου μέσα από την πορεία και το προσωπικό βίωμα των Κοτυωριτών παππούδων της.


Το κείμενο που δημοσίευσε είναι:

Greci del Ponto, l’altro genocidio

Maria Tatsos

«Bambina mia, nella nostra patria avevamo una casa bellissima, vicino alla chiesa e poco lontano dal mare. Ricordatelo, quella è la nostra terra, non qui». Avevo 7 anni e ascoltavo distratta quelle parole un po’ strane di mia nonna paterna Eratò. «Qui» era Salonicco, in Grecia, la città d’origine dei miei genitori, dove trascorrevo le vacanze estive. La «patria» evocata era invece Ordu, in Turchia, un luogo che con quel nome bizzarro mi sembrava partorito dalla fantasia della nonna. All’epoca, facevo fatica a conciliare la mia doppia identità di bambina nata e cresciuta a Como, in Italia, da genitori greci. Figuriamoci se c’era spazio per una terza terra d’origine, sperduta chissà dove, sulle rive del Mar Nero.

Con l’età adulta e con l’aiuto dei libri di storia, ho preso coscienza di discendere, per via paterna, dai greci del Ponto, un fiero popolo di coloni della Ionia, che si stabilirono lungo il Mar Nero intorno al 1200 a.C. Una comunità con tremila anni di storia, che ha scelto di chiamarsi pontioi da pontos, che in greco antico significa «mare». Per secoli, furono navigatori e commercianti lungo le rotte del Mediterraneo. Fra i figli più noti di questa terra nell’antichità il filosofo Diogene, il geografo Strabone, il re Mitridate.

Mi sono resa conto che essere qui, oggi, a raccontare questa storia non è così scontato. La metà di questa antichissima comunità greca è stata massacrata fra il 1914 e il 1921 dai turchi e i superstiti sono stati costretti ad andarsene con quanto potevano portare in mano, lasciando le loro case. All’inizio del Novecento, i greci del Ponto erano circa 700 mila, sparsi lungo la costa settentrionale turca affacciata sul Mar Nero in città dalla storia millenaria, come Sinope, Trebisonda, Kerasounta, Samsounta, Amasia fino a Batum, nell’odierna Georgia. Mio nonno Nikolaos e mia nonna Eratò, con il loro primogenito Christos di pochi mesi, furono fra i circa 350 mila scampati all’eccidio, che nel 1923 raggiunsero la Grecia via nave, in un esodo di cui nessuno in famiglia ha mai voluto parlare.

Alcuni greci del Ponto emigrarono negli Stati Uniti, in Canada e in Australia, dando luogo a una diaspora che ancora – alla terza e quarta generazione – conserva con orgoglio le sue radici.

Il 19 maggio, in Grecia e dovunque nel mondo ci siano delle comunità, si celebra la «Giornata della memoria del Genocidio dei greci del Ponto», una ricorrenza ufficialmente stabilita dal Parlamento greco nel 1994 e da quest’anno riconosciuta anche dalle autorità dell’Armenia, mentre è osteggiata dalla Turchia. Una strage minore in termini numerici rispetto alle tante tragedie che hanno segnato la storia del Novecento, ma comunque un atto di pulizia etnica, rivolto a una minoranza colpevole di essere cristiana e di origini diverse rispetto alla maggioranza turca.

Come per gli armeni e gli assiri, l’essere cristiani era infatti uno degli elementi basilari dell’identità dei greci del Ponto. Il Vangelo giunse sulle sponde del Mar Nero portato dall’apostolo Andrea. Intorno alla fine del IV secolo d.C. fu fondato il luogo di culto che per i greci del Ponto ha il più elevato valore simbolico: il monastero dedicato alla Vergine di Sümela, abbarbicato sulle montagne nella provincia di Trebisonda. La leggenda narra di un’icona raffigurante la Madre di Cristo, dipinta da san Luca e poi trasportata in volo dagli Angeli in una grotta sui monti del Mar Nero, dove fu ritrovata da due eremiti, Sofronio e Barnaba, che fondarono il monastero.

Dopo il sacco di Costantinopoli da parte dei Crociati nel 1204, l’indebolimento del potere bizantino consentì la nascita dell’impero di Trebisonda nelle terre del Ponto, fondato dalla dinastia greca dei Comneni. Sotto Alessio III, Sümela raggiunse uno dei momenti di maggiore splendore: il sovrano, salvato da un naufragio per intercessione della Madonna, finanziò la ricostruzione del monastero. Il potere dei Comneni finì per soccombere agli Ottomani nel 1461, otto anni dopo la caduta di Costantinopoli. Ma i sultani si dimostrarono rispettosi della fede cristiana dei loro nuovi sudditi.

I greci del Ponto, ormai circondati dai musulmani, si trincerarono sempre di più nella loro scelta religiosa. Durante oltre 5 secoli, i matrimoni misti con i turchi furono una rarità, condannata da entrambe le comunità. Da secoli lontani dalla madrepatria, i greci del Mar Nero fonderanno sempre di più la loro identità sulla lingua – un dialetto greco – e sul cristianesimo ortodosso. Fino al 1923, il territorio del Ponto contava sei metropoli (arcivescovati), sotto la giurisdizione del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli.

Nell’Ottocento, i greci del Ponto prosperarono accumulando ricchezze grazie ad attività commerciali, all’industria del tabacco e al settore bancario. Erano in ottimi rapporti con l’impero russo, dove molti di loro emigrarono. Scuole e biblioteche furono costruite anche grazie alla propaganda del giovane Stato ellenico (nato nel 1832), impegnato a rinfocolare il senso di appartenenza al mondo greco degli abitanti del Ponto. Poi le guerre balcaniche, i nazionalismi e l’ormai imminente disgregazione dell’Impero ottomano segnarono l’inizio della fine. Ad armeni, greci e ai sudditi cristiani più in generale, i turchi rimproverarono di essere traditori al servizio dei nemici, che volevano fagocitare il loro territorio.

Con lo scoppio della prima Guerra mondiale, un decreto del sultano ordinava a tutti gli uomini del Ponto dai 18 ai 50 anni di mettersi a disposizione dell’esercito. Molti finiscono negli amele taburu – battaglioni dislocati in zone desertiche – dove sono costretti a svolgere lavori pesanti a ritmi massacranti fino alla morte per fame e sete. Intanto, molti villaggi greci vengono svuotati: donne e bambini, costretti a marciare verso l’interno dell’Anatolia, muoiono lungo il tragitto per lo sfinimento. Le vittime del Ponto rientrano nella contabilità di un vasto massacro pianificato della popolazione cristiana: dal 1914 al 1923 tre milioni e mezzo di greci, armeni e assiri perderanno la vita. In alcune zone, i greci del Ponto tentarono di organizzare una resistenza armata, in attesa di un aiuto greco e russo che non arrivò mai. A Santa, sulle montagne al confine con la provincia di Trebisonda, il comandante Euklidis Kourtidis riesce persino a sconfiggere l’esercito turco nel settembre 1921.

L’orologio della Storia si era ormai fermato: la millenaria presenza greca nel Ponto era destinata a finire. Con il trattato di Losanna del 1922, Grecia e Turchia accettano di «scambiare» le rispettive minoranze etniche. Il martirio delle popolazioni continua: chi riesce a sopravvivere alla fame, alle malattie e alle difficoltà di un viaggio allucinante, a piedi o ammassati sulle navi, nel 1923 mette piede in una Grecia poco attrezzata ad accogliere un milione e mezzo di profughi. Il primo ministro Venizelos, desideroso di intessere buoni rapporti con la Turchia di Atatürk, glissa sulla questione dei nuovi arrivati. «Per anni, ai profughi è stata imposta una «perdita della memoria» da parte dello Stato greco – commenta Vlassis Agtzidis, storico ed esperto delle vicende dei greci del Ponto –. Dopo la seconda Guerra mondiale, la guerra civile e gli anni della dittatura hanno impedito la libertà di espressione. Si è tornati a parlare liberamente di quanto è accaduto solo negli anni Ottanta».

Negli ultimi decenni, i greci del Ponto hanno cominciato a compiere viaggi della memoria in terra turca. Mia zia Elpida, nel 2010, è stata a Ordu. Quarant’anni dopo il racconto di mia nonna Eratò, ho finalmente visto in fotografia la casa di cui mi aveva parlato, abitata da una famiglia turca. Il clima relativamente democratico di cui gode oggi la Turchia ha consentito di far emergere un’altra verità. Molti greci del Ponto, in quel lontano 1923, scelsero di non partire. Tra patria e religione, scelsero la terra e si convertirono all’islam. C’è chi parla di 300 mila persone, o forse di più, solo lungo il Mar Nero. Sono trascorsi quasi cent’anni, ma i loro discendenti conservano il ricordo della loro doppia identità: cittadini turchi, greci del Ponto nel cuore e nelle tradizioni. Non più cristiani, purtroppo: questa era la condizione non trasgredibile per restare.Ma c’è chi ipotizza anche una presenza di cristiani nascosti. Un film del 2010, Yüregine Sor («Chiedilo al tuo cuore») del regista turco Yusuf Kurcenli, racconta della storia d’amore ambientata nel Ponto fra Esma e Mustafà, che si rivela essere un criptocristiano, probabilmente greco. Come spesso accade, il cinema intercetta la realtà. È tempo che anche la Turchia riconosca alle sue minoranze il diritto di esistere, senza nascondersi.

«Bambina mia, nella nostra patria avevamo una casa bellissima, vicino alla chiesa e poco lontano dal mare. Ricordatelo, quella è la nostra terra, non qui». Avevo 7 anni e ascoltavo distratta quelle parole un po’ strane di mia nonna paterna Eratò. «Qui» era Salonicco, in Grecia, la città d’origine dei miei genitori, dove trascorrevo le vacanze estive. La «patria» evocata era invece Ordu, in Turchia, un luogo che con quel nome bizzarro mi sembrava partorito dalla fantasia della nonna. All’epoca, facevo fatica a conciliare la mia doppia identità di bambina nata e cresciuta a Como, in Italia, da genitori greci. Figuriamoci se c’era spazio per una terza terra d’origine, sperduta chissà dove, sulle rive del Mar Nero.

Con l’età adulta e con l’aiuto dei libri di storia, ho preso coscienza di discendere, per via paterna, dai greci del Ponto, un fiero popolo di coloni della Ionia, che si stabilirono lungo il Mar Nero intorno al 1200 a.C. Una comunità con tremila anni di storia, che ha scelto di chiamarsi pontioi da pontos, che in greco antico significa «mare». Per secoli, furono navigatori e commercianti lungo le rotte del Mediterraneo. Fra i figli più noti di questa terra nell’antichità il filosofo Diogene, il geografo Strabone, il re Mitridate.

Mi sono resa conto che essere qui, oggi, a raccontare questa storia non è così scontato. La metà di questa antichissima comunità greca è stata massacrata fra il 1914 e il 1921 dai turchi e i superstiti sono stati costretti ad andarsene con quanto potevano portare in mano, lasciando le loro case. All’inizio del Novecento, i greci del Ponto erano circa 700 mila, sparsi lungo la costa settentrionale turca affacciata sul Mar Nero in città dalla storia millenaria, come Sinope, Trebisonda, Kerasounta, Samsounta, Amasia fino a Batum, nell’odierna Georgia. Mio nonno Nikolaos e mia nonna Eratò, con il loro primogenito Christos di pochi mesi, furono fra i circa 350 mila scampati all’eccidio, che nel 1923 raggiunsero la Grecia via nave, in un esodo di cui nessuno in famiglia ha mai voluto parlare.

Alcuni greci del Ponto emigrarono negli Stati Uniti, in Canada e in Australia, dando luogo a una diaspora che ancora – alla terza e quarta generazione – conserva con orgoglio le sue radici.

Il 19 maggio, in Grecia e dovunque nel mondo ci siano delle comunità, si celebra la «Giornata della memoria del Genocidio dei greci del Ponto», una ricorrenza ufficialmente stabilita dal Parlamento greco nel 1994 e da quest’anno riconosciuta anche dalle autorità dell’Armenia, mentre è osteggiata dalla Turchia. Una strage minore in termini numerici rispetto alle tante tragedie che hanno segnato la storia del Novecento, ma comunque un atto di pulizia etnica, rivolto a una minoranza colpevole di essere cristiana e di origini diverse rispetto alla maggioranza turca.

Come per gli armeni e gli assiri, l’essere cristiani era infatti uno degli elementi basilari dell’identità dei greci del Ponto. Il Vangelo giunse sulle sponde del Mar Nero portato dall’apostolo Andrea. Intorno alla fine del IV secolo d.C. fu fondato il luogo di culto che per i greci del Ponto ha il più elevato valore simbolico: il monastero dedicato alla Vergine di Sümela, abbarbicato sulle montagne nella provincia di Trebisonda. La leggenda narra di un’icona raffigurante la Madre di Cristo, dipinta da san Luca e poi trasportata in volo dagli Angeli in una grotta sui monti del Mar Nero, dove fu ritrovata da due eremiti, Sofronio e Barnaba, che fondarono il monastero.

Dopo il sacco di Costantinopoli da parte dei Crociati nel 1204, l’indebolimento del potere bizantino consentì la nascita dell’impero di Trebisonda nelle terre del Ponto, fondato dalla dinastia greca dei Comneni. Sotto Alessio III, Sümela raggiunse uno dei momenti di maggiore splendore: il sovrano, salvato da un naufragio per intercessione della Madonna, finanziò la ricostruzione del monastero. Il potere dei Comneni finì per soccombere agli Ottomani nel 1461, otto anni dopo la caduta di Costantinopoli. Ma i sultani si dimostrarono rispettosi della fede cristiana dei loro nuovi sudditi.

I greci del Ponto, ormai circondati dai musulmani, si trincerarono sempre di più nella loro scelta religiosa. Durante oltre 5 secoli, i matrimoni misti con i turchi furono una rarità, condannata da entrambe le comunità. Da secoli lontani dalla madrepatria, i greci del Mar Nero fonderanno sempre di più la loro identità sulla lingua – un dialetto greco – e sul cristianesimo ortodosso. Fino al 1923, il territorio del Ponto contava sei metropoli (arcivescovati), sotto la giurisdizione del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli.

Nell’Ottocento, i greci del Ponto prosperarono accumulando ricchezze grazie ad attività commerciali, all’industria del tabacco e al settore bancario. Erano in ottimi rapporti con l’impero russo, dove molti di loro emigrarono. Scuole e biblioteche furono costruite anche grazie alla propaganda del giovane Stato ellenico (nato nel 1832), impegnato a rinfocolare il senso di appartenenza al mondo greco degli abitanti del Ponto. Poi le guerre balcaniche, i nazionalismi e l’ormai imminente disgregazione dell’Impero ottomano segnarono l’inizio della fine. Ad armeni, greci e ai sudditi cristiani più in generale, i turchi rimproverarono di essere traditori al servizio dei nemici, che volevano fagocitare il loro territorio.

Con lo scoppio della prima Guerra mondiale, un decreto del sultano ordinava a tutti gli uomini del Ponto dai 18 ai 50 anni di mettersi a disposizione dell’esercito. Molti finiscono negli amele taburu – battaglioni dislocati in zone desertiche – dove sono costretti a svolgere lavori pesanti a ritmi massacranti fino alla morte per fame e sete. Intanto, molti villaggi greci vengono svuotati: donne e bambini, costretti a marciare verso l’interno dell’Anatolia, muoiono lungo il tragitto per lo sfinimento. Le vittime del Ponto rientrano nella contabilità di un vasto massacro pianificato della popolazione cristiana: dal 1914 al 1923 tre milioni e mezzo di greci, armeni e assiri perderanno la vita. In alcune zone, i greci del Ponto tentarono di organizzare una resistenza armata, in attesa di un aiuto greco e russo che non arrivò mai. A Santa, sulle montagne al confine con la provincia di Trebisonda, il comandante Euklidis Kourtidis riesce persino a sconfiggere l’esercito turco nel settembre 1921.L’orologio della Storia si era ormai fermato: la millenaria presenza greca nel Ponto era destinata a finire. Con il trattato di Losanna del 1922, Grecia e Turchia accettano di «scambiare» le rispettive minoranze etniche. Il martirio delle popolazioni continua: chi riesce a sopravvivere alla fame, alle malattie e alle difficoltà di un viaggio allucinante, a piedi o ammassati sulle navi, nel 1923 mette piede in una Grecia poco attrezzata ad accogliere un milione e mezzo di profughi. Il primo ministro Venizelos, desideroso di intessere buoni rapporti con la Turchia di Atatürk, glissa sulla questione dei nuovi arrivati. «Per anni, ai profughi è stata imposta una «perdita della memoria» da parte dello Stato greco – commenta Vlassis Agtzidis, storico ed esperto delle vicende dei greci del Ponto –. Dopo la seconda Guerra mondiale, la guerra civile e gli anni della dittatura hanno impedito la libertà di espressione. Si è tornati a parlare liberamente di quanto è accaduto solo negli anni Ottanta».

Negli ultimi decenni, i greci del Ponto hanno cominciato a compiere viaggi della memoria in terra turca. Mia zia Elpida, nel 2010, è stata a Ordu. Quarant’anni dopo il racconto di mia nonna Eratò, ho finalmente visto in fotografia la casa di cui mi aveva parlato, abitata da una famiglia turca. Il clima relativamente democratico di cui gode oggi la Turchia ha consentito di far emergere un’altra verità. Molti greci del Ponto, in quel lontano 1923, scelsero di non partire. Tra patria e religione, scelsero la terra e si convertirono all’islam. C’è chi parla di 300 mila persone, o forse di più, solo lungo il Mar Nero. Sono trascorsi quasi cent’anni, ma i loro discendenti conservano il ricordo della loro doppia identità: cittadini turchi, greci del Ponto nel cuore e nelle tradizioni. Non più cristiani, purtroppo: questa era la condizione non trasgredibile per restare.Ma c’è chi ipotizza anche una presenza di cristiani nascosti. Un film del 2010, Yüregine Sor («Chiedilo al tuo cuore») del regista turco Yusuf Kurcenli, racconta della storia d’amore ambientata nel Ponto fra Esma e Mustafà, che si rivela essere un criptocristiano, probabilmente greco. Come spesso accade, il cinema intercetta la realtà. È tempo che anche la Turchia riconosca alle sue minoranze il diritto di esistere, senza nascondersi.

1 comment so far

  1. macedonianancestry on

    Reblogged στις Macedonian Ancestry.


Σχολιάστε

Εισάγετε τα παρακάτω στοιχεία ή επιλέξτε ένα εικονίδιο για να συνδεθείτε:

Λογότυπο WordPress.com

Σχολιάζετε χρησιμοποιώντας τον λογαριασμό WordPress.com. Αποσύνδεση / Αλλαγή )

Φωτογραφία Twitter

Σχολιάζετε χρησιμοποιώντας τον λογαριασμό Twitter. Αποσύνδεση / Αλλαγή )

Φωτογραφία Facebook

Σχολιάζετε χρησιμοποιώντας τον λογαριασμό Facebook. Αποσύνδεση / Αλλαγή )

Φωτογραφία Google+

Σχολιάζετε χρησιμοποιώντας τον λογαριασμό Google+. Αποσύνδεση / Αλλαγή )

Σύνδεση με %s

Αρέσει σε %d bloggers: